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questo classico in un gruppone che prevedesse anche altre preparazioni in qualche modo vicine a questa grande specialità, a questo marchio dellitalianità a tavola.
Far la pizza in casa, quella classica napoletana, è impossibile. La temperatura richiesta al forno "a legna", obbligatoriamente "a legna", è irraggiungibile da qualunque forno domestico, la tecnica poi della "fiammata" prodotta con un pugno di segatura é arte, da lasciare stretta nelle mani dei pizzaioli più esperti. Difficile è anche far lievitare la pasta al punto giusto, e stenderla in modo che il cornicione risulti cresciuto in quel dato, ecc. ecc.
Insomma la pizza, la vera pizza, non è un cibo da casa, ma va altresì detto che con un po' di pratica questa ricetta può essere degnamente simulata fra le mura domestiche dando luogo ad un prodotto che, in qualche caso, può essere migliore di tante pizze che in tutto il mondo, improbabili pizzaioli sfornano per la gioia di un pubblico di bocca buona. Ma la grande tradizione italiana dei prodotti da forno ha creato altri capolavori di più semplice esecuzione: ad esempio le focacce. In quest'ambito è più facile sfornare preparazioni di buon livello e portare in tavola piatti di straordinaria appetitosità e mirabile leggerezza. Pensiamo alle focacce liguri e non abbiamo altro da aggiungere.
Per i panini invece vale un altro discorso. Semplici, appetitosi, paradiso del single e del manager senza-pausa-pranzo, costituiscono la fonte di approvvigionamento alimentare più diffusa nel mondo occidentale. Lascio ad altri la critica e lo sdegno di fronte allo sviluppo incomprensibile (specialmente in Europa) di alcune catene di ristoranti che propongono preparazioni (hamburger) dove né il pane né il companatico, né il condimento conservano lontana traccia del sapore che una mente libera possa immaginare di riscontrare dallincontro di tali prodotti.
Il discorso sulla cucina virtuale, del marketing a tavola, del cibo inteso come riempiamoci la pancia, del regalino dentro le patatine, sarà tema che discuteremo e faremo lievitare a lungo.
A me, ad essere sincero, anche questo tipo di cibo piace, ma è un piacere mentale dovuto al piacere dellorrido e della trasgressione, ma se parliamo di cucina vera, di cibo vero, non capisco cosa spinga un uomo a preferire una molliccia, grassa, insipida preparazione chimica ad un bel panino con la mortadella o con il salame.
Sono così convinto della superiorità del panino allitaliana su qualsiasi altro tipo di fast-food da azzardare l'ipotesi che il panino diverrà il nuovo cavallo di Troia nel ventre del quale far albergare le fantasiose truppe cammellate della gastronomia italiana, che già così tanto hanno operato nel mondo per il suo sviluppo e la diffusione dei nostri cibi e prodotti gastronomici.
Anche nel panino l'arte italica di fondere, di miscelare, materie prime straordinarie, raggiunge vertici altissimi. L'arte del panino è andata costituendosi in vera e propria filosofia stilistica, specialmente nel nord (a Venezia da sempre vive una cultura del "cicchetto" di cui parleremo un'altra volta), dove una rapida ed imprevedibile mutazione socio-economica ha sottratto a milioni di persone nello stesso tempo il tempo e la voglia di fermarsi a mezza giornata per un pasto completo. I bar, tutti i bar della penisola si sono quindi dovuti sostituire, dun colpo, ai ristoranti ed alle case con la mamma ai fornelli. La loro risposta, è stata quella di ricorrere al panino, di reinventare un modo di nutrirsi che comunque appartenesse alla storia ed alla cultura di ciascuno di noi.
Insomma non c'è italiano che non si sia cibato di panini, atteggiamento alimentare che, comunque, richiama ciascuno di noi alla propria fanciullezza ed a quel rito, la merenda, che ci riporta gradevolmente indietro nel tempo e a specialità di ineguagliabile sapore : pane burro e zucchero, pane olio e sale, caffèlatte con rosetta ammollata e mi fermo qui per non farvi piangere.