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a tutta la gente, in questi ultimi anni. E' sul panino infatti, per
guardare le cose come stanno e non perdersi in sofismi, che si sono fatte
le grandi sperimentazioni culinarie di massa.
In questi anni il panino è passato da essere pane con qualcosa dentro
(tradizione che comunque non si è persa e che conserva legioni di estimatori,
me compreso) ad essere preparazione culinaria a tutti gli effetti, misto variegato
e sorprendente di nuovi e vecchi sapori, luogo di crescita e sviluppo di gusti
del tutto insoliti.
Il posto dove si fanno panini, la cosiddetta "paninoteca" (sic!)
è luogo di cultura gastronomica. Chi frequenta paninoteche sa che il
primo piacere è quello di sfogliare interi "volumetti" dove
incantarsi e perdersi in una selva di nomi ora allusivi, ora ironici, ora
semiseri, ora tratti dal mondo del cinema e dei fumetti e chi più ne
ha più ne metta.
Il panino è l'unico cibo conosciuto dove un buon cuoco sia anche un
inventore di nomi e che debba parte del suo successo proprio nell'indovinare,
nel centrare un nome affascinante: misteri del creato! Trasformare un cibo
in un nome che ridiventa cibo per ridiventare nome.
"Appennini" (De Amicis), "Golosone" (Poldo e Rabelais),
"Casablanca" (M. Curtiz), "Sgarrambona" (Marenco), "Parsifal"
(Wagner), "That's Amore" (Perry Como), "Perestoica" (Gorbaciov),
"Mani pulite" (Di Pietro), "Surabaya II°" (Brecht),
"Divo Giulio" (Cesare o Andreotti), "Vaffanc" (Pasolini)...
Solo alcuni esempi di questi classici della "narrativa" che sono
diventati i nomi di semplici, schietti, sinceri panini. Concludo, per i lettori
più esperti con "Il fattoria", e non dico altro.