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Avevo uno zio, poverissimo, che abitava a Venezia
e si chiamava Brazil. Omosessuale, viveva con una signora, la zia Emilia,
che era la personificazione dell'arte di arrangiarsi del popolino veneziano.
Un'epica lotta si svolgeva all'ora di pranzo fra i due, lotta alla quale
immancabilmente ogni estate assistevo, bambino, ospite vezzeggiato e
pagante, insieme ad un'altra zia, Emma, che abitava con me e la mia
famiglia a Torino. La lotta sorda, dicevamo, era fra quantità
e qualità, fra gusto, inteso come raffinatezza, e praticità
di disposizione a tavola ed esecuzione dei pasti.
La tovaglia, sosteneva Brazil, doveva immancabilmente essere di lino
bianco, ricamata, così come i tovaglioli, antichi anch'essi,
ed impreziositi da ricamoni a punto pieno, lisi, anzi, molto lisi, ma
sempre e comunque inamidati; ma ecco intervenire zia Emilia che, disposta
la tovaglia sfidando le occhiatacce del suo convivente, la copriva con
orrido pezzo di plastica trasparente ingrigito dagli anni (allora non
esistevano ancora le sottili pellicole di pvc che impazzano oggi in
ogni cucina).
Per i tovaglioli zia Emilia aveva inventato una tecnica ancor più
raffinata, venivano sì posti correttamente alla destra di ogni
commensale, ma c'era la sorpresa, aprendoli infatti ti cadeva addosso
un triste e sottilissimo fazzolettino di carta nascosto abilmente fra
le pieghe, del quale non potevi che servirti lasciando al tovagliolo
vero una pura funzione ornamentale. Solo Brazil fingeva di non accorgersi
del trucco e, lasciando distrattamente cadere il pezzo di carta in terra,
si poneva sulle ginocchia, sgualcendolo ben bene, il prezioso quadrato
di stoffa. Finisco qui la prima puntata della guerra guerreggiata tra
i due, sulla quale tornerò molte altre volte. Infatti, meglio
di tanti teorici esempi, i piccoli aneddoti aiuteranno ad introdurci
nel mondo delle finezze.
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